Atti di bullismo in una scuola del cagliaritano: ragazzo con disabilità accerchiato, spintonato e preso in giro da un gruppo di compagni. In sua difesa è intervenuto un alunno che ha affrontato i bulli: è volato anche uno schiaffo e, tra i giovani sospesi da scuola, c’è anche lui. “Quando difendere un compagno diventa una colpa”. I fatti sono purtroppo molto chiari: in uno spazio della scuola, durante l’orario scolastico, un ragazzo con disabilità è stato “accerchiato, spintonato e preso in giro da un gruppo di compagni. Attorno a loro, la solita scena a cui siamo ormai abituati: nessuno muove un dito e diversi studenti tirano fuori il telefono per girare un video da pubblicare sui social.
In mezzo a tanta indifferenza, un ragazzo decide che non può stare a guardare. Non si gira dall’altra parte. Fa quello che ogni genitore e ogni insegnante vorrebbe da un giovane: interviene. Va subito dai professori e denuncia tutto. Poi però, all’uscita da scuola, ferma uno dei bulli, gli dà due schiaffi e gli dice chiaramente di chiedere scusa al ragazzo disabile.
La scuola ha fatto benissimo ad attivare il protocollo contro il bullismo e a segnalare gli aggressori ai Carabinieri. Ma è quello che succede subito dopo a lasciare sbalorditi: anche il ragazzo che è intervenuto per difendere il compagno fragile viene sospeso, e i genitori del bullo minacciano persino di denunciarlo” racconta una professionista.
“Nelle nostre scuole si parla continuamente di rispetto, empatia, inclusione e lotta al bullismo. Si fanno progetti, si firmano carte, si organizzano incontri. Poi però arriva la vita vera a mettere alla prova questi principi. E quello che è successo recentemente in una scuola cagliaritana merita una riflessione seria e profonda”.
La professionista spiega: “Il messaggio sbagliato che stiamo dando ai ragazzi.
Guardando questa vicenda con attenzione, la vera domanda è: che messaggio sta dando la scuola ai nostri figli?
Il rischio è che passi un concetto pericolosissimo: se vedi un’ingiustizia, limita il tuo intervento al compitino burocratico o, ancora meglio, fai finta di niente. Perché se ti arrabbi, se ti metti in mezzo e cerchi di proteggere chi non può difendersi, il sistema punirà anche te.
Mettiamo subito in chiaro una cosa: la violenza fisica è sempre sbagliata. Ai ragazzi dobbiamo insegnare ogni giorno che farsi giustizia da soli e usare le mani non è mai la soluzione. Ma chi si occupa di educazione sa bene che non tutti gli errori sono uguali e che bisogna sempre guardare il motivo per cui un gesto viene compiuto.
Ci sono due comportamenti completamente diversi.
La violenza del bullo: cattiva, vigliacca, fatta per umiliare chi è più debole.
La reazione impulsiva di un ragazzino: nata dalla rabbia per un’ingiustizia, dal desiderio di proteggere un compagno e dalla voglia di fare giustizia.
Mettere sullo stesso piano queste due cose e punirle nello stesso modo è un errore enorme. Significa confondere chi aggredisce per fare del male con chi sbaglia modo pur di difendere qualcuno.
L’atteggiamento delle famiglie e il vero compito della scuola.
Colpisce molto anche la reazione dei genitori del bullo: invece di chiedere scusa per quello che il figlio ha fatto a un ragazzo disabile, pensano a denunciare chi ha cercato di fermarlo. È l’immagine di un’iper-protezione sbagliata, dove i figli non imparano mai a prendersi le responsabilità delle proprie azioni.
La scuola non può comportarsi come un tribunale che applica le regole a occhi chiusi. Il suo compito principale è educare.
Al ragazzo che ha dato i due schiaffi bisogna spiegare che ha sbagliato metodo? Assolutamente sì. Bisogna insegnargli che la rabbia va gestita e che la violenza non è la strada giusta. Ma allo stesso tempo, quel ragazzo va applaudito per il suo coraggio. Bisogna dirgli chiaramente che, mentre gli altri guardavano o registravano con il cellulare, lui è stato l’unico ad avere il cuore e la spina dorsale di dire “adesso basta”.
Se puniamo allo stesso modo chi fa del male e chi prova a fermarlo, non meravigliamoci se domani avremo una generazione di ragazzi indifferenti, che si girano dall’altra parte di fronte alle ingiustizie. La scuola non deve insegnare a essere indifferenti, ma a saper distinguere il bene dal male e ad avere il coraggio di difendere chi ha bisogno”.