Bimbo seviziato, umiliato e filmato da ragazzini poco più grandi: “Bisogna smetterla di stare sempre dalla parte di chi commette reati, ritenendo che poiché sono minorenni devono essere compresi, protetti e quindi in parte anche giustificati”.
Parla l’esperto Luca Pisano, psicologo psicoterapeuta, Direttore Master in Criminologia IFOS.
Un commento su quanto è accaduto
“Le parole non bastano per descrivere il cedimento morale e giuridico che attanaglia la nostra società, la famiglia e di conseguenza i nostri giovani. Nelle vicinanze di Cagliari, secondo quanto riportato dalla cronaca, alcuni ragazzini avrebbero seviziato un bambino di undici anni, e le ragazze presenti avrebbero filmato gli abusi. Non è mia intenzione commentare i fatti specifici, sui quali nulla è ancora accertato: posso portare una riflessione più generale sul disagio giovanile, che questa vicenda ha semplicemente riportato alla luce”.
Quali sono le cause di questo disagio?
“Dopo un decennio di esposizione a serie tv, videogame, canzoni trap/drill che inneggiano alla violenza, senza contare tutti gli altri fattori di rischio, non mi sembra inverosimile ipotizzare che sempre più ragazzini e ragazzine non abbiano sufficientemente sviluppato l’empatia, la capacità di cogliere il dolore dell’altro. Se poi l’educazione è trasferita dalle agenzie educative ai reel o brain-rot dei social media, può capitare che divertirsi significhi, per sempre più giovani, farsi del male (alcol, droghe), oppure fare del male (abusi, lesioni, risse, spaccio). Perché questi sono i modelli che sono trasmessi, basati prevalentemente sulla diseducazione a pensare”.
Perché succede tutto questo?
“La filosofia e la psicologia evidenziano che la capacità di pensare – quella che stiamo perdendo – nasce dal rapporto con la realtà, con i fisiologici “urti” che si sviluppano nell’interazione con le altre persone, genitori, docenti, amici, etc. Ma da quando i giovani sono immersi nel digitale l’urto vero non c’è, e di conseguenza potrebbe non svilupparsi adeguatamente neanche l’autocoscienza, la capacità di pensare i propri comportamenti. Ragazzi e ragazze potrebbero manifestare, al contrario, conoscenza di comportamenti spesso violenti che riproducono senza empatia”.
Cosa fare?
“Nella città metropolitana di Cagliari si dovrebbe indire un minuto di silenzio in tutte le scuole di ogni ordine e grado – ogni volta che un giovane è vittima di aggressione – per ricordare che senza pensiero non ci sarà mai empatia. E poi bisogna iniziare a porsi domande. Occorre ogni volta comprendere se esistessero segnali di disagio, se fossero stati intercettati e se la rete educativa e sociale disponesse degli strumenti necessari per intervenire. Poi bisogna riflettere sul problema dei troppi bambini e ragazzini che ciondolano per parchi, o per la via di paesi e città, senza controllo genitoriale. Perché la società ha perso la sua capacità protettiva in un momento storico in cui i rischi sono particolarmente elevati?”
Serve una risposta forte nei confronti di chi commette reati?
“Serve un cambiamento culturale: bisogna smetterla di stare sempre dalla parte di chi commette reati, ritenendo che poiché sono minorenni devono essere compresi, protetti e quindi in parte anche giustificati. Quando commettono reati gravissimi è giusto che ci sia una risposta giudiziaria forte e rigorosa. Ovviamente, bisogna anche smetterla di evocare per gli autori di reato feroci punizioni, per evitare di ripetere l’errore: la violenza è agli antipodi dell’urto perché non genera autoconsapevolezza”.
Che cosa potrebbero fare i genitori?
“Assumere una posizione ferma senza sconti e giustificazioni, chiedere aiuto ai servizi di psicologia, invitare i propri figli ad ammettere le loro responsabilità. Ma soprattutto, all’interno di un percorso supervisionato dagli specialisti, scrivere una lettera alla vittima, chiedendo scusa. Sarebbe questo un primo movimento funzionale a creare l’urto, utile per favorire nei giovani coinvolti un’iniziale fase di autoconsapevolezza. Perché sollecitare l’assunzione di responsabilità, non è umiliazione ma realtà, l’urto che aiuta a crescere”.











