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Morto sul lavoro, la famiglia ottiene giustizia dopo 15 anni a Cagliari: “Un calvario ingiusto, Gianfranco trattato come un animale”

di Paolo Rapeanu
29 Maggio 2024
in cagliari, zapertura

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Morto sul lavoro, la famiglia ottiene giustizia dopo 15 anni a Cagliari: “Un calvario ingiusto, Gianfranco trattato come un animale”
Quell’ultimo giorno, quel “maledetto” ultimo giorno se lo ricorda bene, benissimo, Maria Bonaria Atzori: “Ci siamo svegliati, verso le 7 lui è uscito e prima ci siamo dati il solito bacio. Poi, più tardi, mi ha chiamato dicendomi che doveva andare da Samatzai a Nuxis in un cantiere. Il mio Gianfranco era buono e un grande lavoratore, amava quello che faceva, non ha detto di no”. Poi, nel tardo pomeriggio, la tragedia: il volo da 5 metri, nel vuoto. La corsa all’ospedale Marino con l’ambulanza del 118, subito nel reparto di Rianimazione: è lì che è morto dopo 101 giorni. “Cosciente sino all’ultimo, la testa non aveva subìto danni a differenza del corpo”. Ieri, a 15 anni dalla tragedia, la sentenza di secondo grado della Corte d’appello di Cagliari (il difensore di moglie e figli di Pia è Ignazio Ballai): condannati a un anno e 4 mesi i datori di lavoro Giuseppe e Amerigo Cabua, entrambi di Samatzai, un anno a Umberto Gianluca Giganti e Umberto Stivaletta, il primo alla guida della Tsi srl e il secondo, all’epoca, responsabile del settore di sicurezza della società che, in appalto, aveva dato all’impresa edile dei Cabua la realizzazione di un edificio. Poi ci sono i soldi, il risarcimento economico: 75mila euro alla vedova, 50mila a testa per ognuno dei tre figli: “Un supplizio, un lungo calvario ingiusto. Il processo si sarebbe potuto chiudere molto prima”, dice, in modo netto, la Atzori. La perdita del marito l’ha ovviamente segnata nel profondo, ma lei ha sempre trovato la forza per andare avanti, insieme ai suoi tre figli.

“Mio marito amava quel lavoro, aveva iniziato nel settore all’età di tredici anni. Da tantissimo tempo lavorava per quella ditta, l’aveva aiutata tanto e anche salvata. Ecco perchè non mi spiego come mai, chi in pubblico lo elogiava, arrivando a dire che fosse una figura indispensabile, poi abbia deciso di portare avanti, per le lunghe, la battaglia giudiziaria. Un trattamento che è stato rivolto, da morto, a mio marito, trattato come se fosse un animale, un cane”. La Atzori ha qualche riserva nel parlare e nel dire tutto, anche perchè la sentenza di ieri ha avuto l’effetto di riaprire totalmente una ferita che non potrà comunque mai scomparire: “Perdonare chi, per la legge, è responsabile della morte di mio marito? Per il perdono ci pensa Dio. Io non ci penso, anche perchè quelle sono persone davvero piccole”.

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