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A tìe solu bramo: un viaggio dal Campidano alla Siria inseguito dal canto più amato dai sardi

di Redazione Cagliari Online
14 Ottobre 2018
in cultura

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A tìe solu bramo: un viaggio dal Campidano alla Siria inseguito dal canto più amato dai sardi

di Thomas Melis

È un affresco intenso quello che Giulio Neri offre ai lettori con il suo A tìe solu bramo. Una descrizione viva e tangibile di universi tanto distanti fisicamente e socialmente quanto vicini nelle miserie quotidiane. Un dipinto composto di parole che si allungano sul lettore, in cui gli schiaffi si danno a manu prena e le cattiverie si dicono a bucca ‘e zappulu, dove un ciuffo di storie arrivate al termine si incrocia.

Il viaggio parte nel Campidano interno, in una bidda come tante dove le attività principali sono poggiare il gomito sul bancone del bar e sputare veleno su quel paesano che si è messo in testa di accogliere immigrati, negri per giunta. Assieme agli estranei poco graditi arriva in bidda anche Clelia Boero, e ci resta più di due mesi a leggere libri e a vagare, scansata da tutti.

Clelia viene dalla Torino di una guerra persa. Clelia la Rossa, la marxista-leninista, ha frequentato per anni l’ambiente di Mirafiori, i picchetti rivoluzionari e le manifestazioni agitate dai lanci delle bottiglie molotov. Era anche titolare di un cinema d’avanguardia, Clelia, un’altra avventura conclusa dalla parte degli sconfitti.

Ed è questo uno degli elementi centrali e meglio raccontati dal romanzo di Neri: il tema delle speranze non realizzate, delle battaglie combattute ideologicamente e idealmente senza possibilità di vittoria, l’analisi del momento della vita in cui diventa inevitabile fare i conti di quanto accaduto e il piatto più pesante è inesorabilmente quello che pesa i colpi ricevuti.

Percorrendo a ritroso la storia di Clelia e rivelando le ragioni che l’hanno portata a rifugiarsi nel paesino del sud Sardegna, Neri muove i fili dell’incontro tra il lettore e i personaggi che hanno fatto parte della vita della torinese, che l’hanno accompagnata fino al giorno della partenza, tutti accomunati da una parte mancante, un lato incompleto che li rende tormentati e che li lega tra loro e a Clelia, nonostante le distanze che separano le loro origini, le loro abitudini e le loro vite.

In questo tragitto costellato da caratteri che bucano la pagina, sospinto da una scrittura magnetica ed elegante come un passo di danza, le divisioni all’interno della bidda del Campidano assomigliano a quelle dentro ogni famiglia, si rispecchiano nelle divisioni delle collettività umane, si configurano come pezzi sulla scacchiera nel grande scenario in cui si muovono gli interessi delle nazioni e delle fazioni nel conflitto siriano. In sottofondo rimane un lancinante canto di addio, una luce che si allontana nella tempesta, un vuoto incolmabile che non dà scampo e non lascia riposo.

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