È successo ieri, la donna chiede di restare anonima, perché ha paura di ritorsioni.
“Già questo dice molto del tempo in cui viviamo: una donna che subisce violenza ha timore persino di dirlo ad alta voce” spiega alla Redazione di Casteddu Online.
“È successo nell’area cani in zona via Koch, a Cagliari, uno di quei posti che dovrebbero essere sinonimo di serenità, dove si va con il proprio cane per staccare la testa e fare due passi in pace. Quando sono entrata, l’uomo si trovava già lì, seduto su una panchina. Non so cosa avesse intenzione di fare: se volesse riposare, se avesse bisogno di qualcosa o se avesse altri propositi. Non posso saperlo e non voglio fare supposizioni.
Appena mi ha vista, ha cominciato a rivolgermi domande insistenti: «Ah, e tu chi sei? Dove vai? Mi daresti due euro?». Gli ho risposto che non gli avrei dato nulla. A quel punto ha iniziato a chiedermi da dove venissi, dove lavorassi e perché non gli rispondessi, avvicinandosi sempre di più, senza rispettare in alcun modo la mia volontà di mantenere le distanze. Ho cercato di allontanarmi, ma lui mi ha seguita.
Immaginate la scena: una donna sola, un parco, un uomo che non accenna a lasciarla in pace. Il cuore che accelera, la testa che cerca disperatamente una via d’uscita. Ho fatto l’unica cosa che mi è sembrata sensata: ho tirato fuori il telefono per filmarlo, per avere almeno una prova di quello che stava succedendo. Ed è lì che l’uomo ha perso il controllo. Mi ha tirato un pugno, il telefono è volato a terra e il colpo mi ha raggiunta in pieno volto.
Non ho reagito. Avevo con me il mio cane, avevo paura per la mia incolumità, e il terrore mi ha dettato la scelta più prudente: restare ferma, sopravvivere. Quante di noi, al mio posto, avrebbero fatto diversamente? Quante donne hanno imparato, nel tempo, che davanti a un uomo violento la cosa più sicura è subire e sperare che finisca presto?
Ho poi contattato le forze dell’ordine, che mi hanno indicato con cortesia i passaggi da seguire: recarmi al pronto soccorso e, con il referto, presentare denuncia. Sono grata a chi ogni giorno lavora per la nostra sicurezza e so che le procedure esistono per tutelare tutti. Resta il fatto che, dopo un’aggressione, quando si chiama il numero di emergenza, si spera che qualcuno arrivi, e in fretta, per fermare il pericolo prima che sia troppo tardi. Mi aspettavo che una pattuglia raggiungesse il parco e si occupasse di quella persona, in uno spazio frequentato ogni giorno da chi porta a spasso i propri cani. A maggior ragione perché quella persona si è dimostrata pericolosa per gli altri, come purtroppo è stato dimostrato sulla mia pelle. Non basta allontanarla: chi aggredisce una donna e la colpisce al volto deve essere identificato e deve rispondere di ciò che ha fatto, perché la giustizia faccia il suo corso e la pena sia certa. Altrimenti il messaggio che passa è che si può colpire senza conseguenze, e questo è inaccettabile. So che gli agenti devono muoversi entro i limiti che la legge impone e li ringrazio per il lavoro che svolgono, ma proprio per questo lancio un allarme: servono strumenti più rapidi ed efficaci, che permettano di intervenire prima che una situazione di tensione diventi violenza. Sono molto preoccupata. Oggi è toccato a me, con il volto colpito da un pugno; domani potrebbe toccare a una persona anziana, a un bambino, all’ennesima donna che si trovi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Non possiamo aspettare che accada qualcosa di ancora più grave per renderci conto che c’è un problema.
Vi scrivo a nome mio, ma in realtà parlo a nome di tutte. Perché la verità è che noi donne ci sentiamo sempre più indifese, sempre più preoccupate. Ci guardiamo intorno e ci sentiamo circondate da persone che non temono le conseguenze dei propri gesti. Non ci sentiamo sicure in questa città. E come se non bastasse, c’è una paura ancora più amara: quella di parlare, di esporci, di subire ritorsioni. È per questo che tante storie come questa restano nell’ombra, ed è per questo che questa lettera non porta nessun nome.
Non chiediamo privilegi. Chiediamo il diritto più semplice che esista: poter uscire di casa, portare il nostro cane al parco e tornare indietro senza paura. Chiediamo una presenza più costante nelle aree verdi e luoghi più illuminati e sorvegliati, perché la sicurezza si costruisce insieme, istituzioni e cittadini. Mi auguro che si possano rafforzare i controlli e i servizi di supporto, e che episodi come questo non si ripetano.
Questa storia è capitata a me, ma sarebbe potuta capitare a ciascuna di noi. Vi chiedo di non lasciarla cadere nel silenzio. Non possiamo più permetterci di fare finta di niente.
Grazie per l’attenzione.
Una cittadina preoccupata”.













