La violenza non è soltanto quella che finisce nelle immagini dei telegiornali, tra vetrine infrante, negozi saccheggiati e scontri con le forze dell’ordine. Esiste anche una violenza silenziosa, quotidiana, che non fa rumore ma incide sulla vita di milioni di persone. È il messaggio lanciato da Marco Benucci, Presidente del Consiglio comunale di Cagliari, con un post pubblicato sui social nel quale affronta il tema della violenza partendo dai fatti dell’ultimo fine settimana per allargare lo sguardo alle difficoltà sociali ed economiche.
«Spaccare una vetrina è una violenza. Saccheggiare un negozio è una violenza. Tirare una bottiglia contro un poliziotto è una violenza», scrive Benucci, riconoscendo la gravità di questi comportamenti. Ma la domanda che pone subito dopo riguarda ciò che spesso resta fuori dal dibattito pubblico: «Siamo altrettanto capaci di riconoscere la violenza che non fa rumore, non finisce nei telegiornali e viene ormai accettata come normalità?».
Il Presidente del Consiglio comunale elenca situazioni che rappresentano altrettante ferite sociali: uno stage da 500 euro a trent’anni, le partite Iva imposte a chi lavora di fatto come un dipendente, i contratti rinnovati ogni tre mesi e gli stipendi insufficienti per arrivare a fine mese nonostante giornate lavorative di otto o dieci ore. Nel suo intervento trovano spazio anche le morti sul lavoro, la necessità di scegliere tra bollette, spesa e farmaci, il peso degli affitti e le lunghe attese per una visita medica, che possono costringere chi ne ha la possibilità a rivolgersi alla sanità privata.
«Anche questa è violenza, a parer mio, molto più grave, perché distrugge le persone, consuma le loro vite, spegne le loro speranze e calpesta la loro dignità», afferma Benucci. Una riflessione che si estende anche alle proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori del Sud Italia «che con le lacrime agli occhi chiedono aiuto», scrive.
Il messaggio, precisa, non vuole essere una giustificazione della violenza fisica. «Riconoscere la violenza sociale non significa giustificare quella fisica (quella non è giustificabile). Significa avere il coraggio di guardare la realtà nella sua interezza».
Da qui l’appello a una società capace di pretendere il rispetto delle regole, ma anche di interrogarsi sulle condizioni di vita dei cittadini. «Lavorare deve significare vivere, non sopravvivere. Curarsi deve essere un diritto, non un privilegio. Avere un futuro non può diventare un lusso».
La conclusione è un invito a spostare l’attenzione dalle cose alle persone, dalla cronaca degli scontri alle difficoltà che attraversano ogni giorno famiglie e lavoratori. «Nell’Italia che sogno, vorrei che le persone avessero più risalto mediatico e voce delle cose che si rompono», scrive Benucci, chiudendo il post con una citazione di Antonio Gramsci: «Odio gli indifferenti».
Per il Presidente del Consiglio comunale, infatti, l’indifferenza non è neutralità: è ciò che rischia di lasciare intatte le ingiustizie e di consentire loro di continuare.











