La famiglia non smette di indagare, pensare e ricollegare fatti accaduti 30 anni fa, perché la ragazza aveva solo 16 anni ed è stata uccisa brutalmente da uno o più colpevoli ancora impuniti.
“Dopo la morte di Manuela, mamma raccontò a La Nuova Sardegna che un giornalista le aveva riferito una voce: Manuela sarebbe uscita di casa con quella somma.
Mamma lo negò. Manuela non aveva 500 mila lire.
Ma la storia dei soldi non finisce lì.
Negli atti c’è il racconto di una persona che faceva parte delle amicizie di Manuela e che, rispondendo agli inquirenti, riferì di averla vista un giorno arrampicarsi sulla lavatrice per prendere dei soldi che teneva nascosti sopra il lampadario.
Ed è qui che, anni dopo, trovai un particolare che mi colpì profondamente.
Quella persona aveva raccontato agli inquirenti la stessa cosa che avevo riferito anch’io.
E non ci eravamo mai parlate.
Due persone diverse avevano quindi riferito lo stesso particolare: Manuela teneva dei soldi nascosti in casa e sapeva dove andarli a prendere.
E non è tutto.
Gli stessi investigatori avevano chiesto ai nostri genitori se Manuela avesse denaro in casa, se lo tenesse nascosto e soprattutto se quel giorno fosse uscita con dei soldi.
La storia dei soldi, quindi, era già lì. Fin dall’inizio.
Ed è per questo che, ancora oggi, ci chiediamo quanto quel filo sia stato realmente approfondito” spiega la famiglia.
“Perché, se il denaro compariva nelle domande degli investigatori e tornava in racconti diversi, allora bisognava approfondire molto di più la storia delle amicizie di Manuela.
Le persone che frequentava. Il loro lavoro. Le loro disponibilità economiche. Il modo in cui vivevano. Le automobili che utilizzavano. I loro spostamenti. I rapporti che avevano tra loro.
Non per costruire un colpevole.
Ma per capire fino in fondo le persone e le relazioni che facevano parte della sua vita.
Noi, da anni, ci chiediamo se Manuela non sia finita dentro qualcosa di molto più grande di lei.
La nostra ipotesi è che possa essere stata vittima di un ricatto.
E ci chiediamo se quei soldi possano essere entrati proprio in quella storia.
Forse quel giorno Manuela è uscita di casa perché si sentiva costretta a risolvere qualcosa. Forse si è trovata davanti a una situazione dalla quale non sapeva come uscire.
Non possiamo sapere oggi cosa sia accaduto.
Ma è una possibilità che, secondo noi, meritava di essere cercata e verificata fino in fondo.
E poi c’è un ricordo che non mi ha mai lasciata.
Anni fa ero a casa di una carissima amica, la stavo aiutando a preparare un esame. Era già quasi buio. Dalla finestra vidi una persona entrare in un portone e poi uscire. Notai la stessa persona e la stessa automobile.
Ricordo che mia madre non voleva che frequentassi quella zona, che all’epoca considerava molto problematica.
Non so perché, ma in quel momento pensai subito a Manuela.
Chiusi gli occhi e mi chiesi in quale trappola potesse essere finita mia sorella. Quale storia avesse potuto idealizzare, senza riuscire forse a vedere ciò che realmente aveva davanti agli occhi.
Quel pensiero non mi ha mai lasciata.
All’inizio del 2026 lessi un articolo su Manuela. Dentro un articolo molto più ampio c’era un breve passaggio, quasi lasciato lì, senza che a prima vista si capisse dove portasse.
Io invece mi fermai.
Conoscendo tutta la storia, quelle poche righe mi riportarono ai soldi, alle domande degli investigatori, a tutto ciò che avevamo cercato di spiegare per anni.
E per la prima volta ebbi la sensazione che forse chi indagava avesse iniziato a vedere quel filo.
Forse che stesse prendendo forma qualcosa che noi cercavamo di indicare da trent’anni.
Oggi sono tornata ancora una volta a pensarci.
Perché dopo trentuno anni noi non vogliamo costruire una verità.
Vogliamo che gli elementi vengano cercati, verificati e collegati.
Perché dietro quelle domande non c’è soltanto una storia da ricostruire.
C’è Manuela.
Sedici anni.
E dopo trentuno anni, merita tutta la verità”.








