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Boom dell’export in Sardegna nel 2017: vendite all’estero aumentate del 20,1%

di Redazione Cagliari Online
16 Marzo 2018
in sardegna, zapertura

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Boom dell’export in Sardegna nel 2017: vendite all’estero aumentate del 20,1%

Di Alessandro Zorco

Boom dell’export della Sardegna nel 2017. L’anno appena passato è stato a dir poco eccezionale per le esportazioni isolane. Anche al netto del settore petrolifero le vendite all’estero di prodotti sardi sono aumentate (in valore) del +20,1%, arrivando a 944 milioni di euro (5,38 miliardi includendo anche il petrolifero), 160 in più di quanto registrato nel 2016. A questa performance ha contribuito l’impennata delle vendite del settore chimico-farmaceutico (+57%), dato positivo che arriva dopo un biennio di forte flessione, e la prosecuzione del trend positivo che da un triennio caratterizza il comparto metallurgico (+13% nel 2017, dopo il +7% del 2015 e il +2,8% del 2016). Il 2017 ha però registrato anche un grave indebolimento del settore agroalimentare sardo.

Il risultato regionale segue il trend mondiale che ha consacrato il 2017 come l’anno del commercio internazionale. Grazie al rafforzamento della congiuntura nei paesi avanzati e alla ripresa della crescita in tutte le principali economie emergenti, gli interscambi commerciali sono infatti cresciuti del +4,7% (nel 2016 l’import-export globale aveva fatto registrare la crescita più modesta a partire dal 2009, l’anno della recessione globale). In Italia il 2017 si è chiuso con una crescita pronunciata delle esportazioni (+7,4%), ben lontana dal risicato +1,2% del 2016.

Come detto, il 2017 ha però certificato anche un grave indebolimento del settore agroalimentare sardo. Dopo il -7% registrato nel 2016, infatti, anche l’anno appena passato ha fatto segnare un risultato negativo (-1,1%), portando il valore dell’export regionale di prodotti agroalimentari a 180 milioni di euro (per il 67% prodotti lattiero caseari, per il 14% bevande e per l’8% prodotti da forno e farinacei); un dato che assume un tono ancora più preoccupante sei si considera che nell’ultimo biennio la Sardegna è stata l’unica regione italiana ad aver registrato una performance settoriale negativa (-4% il calo medio annuo).

Questo è accaduto nonostante nel periodo 2012-2015 i prodotti isolani siano stati quelli che hanno maggiormente beneficiato del trend espansivo dal settore agroalimentare nazionale, sostenuto dalla crescita della domanda proveniente dagli USA, dall’espansione del turismo internazionale e dall’indebolimento dell’euro. Nella media del periodo le vendite di prodotti sardi erano cresciute ad un ritmo del +12,3% all’anno, in assoluto la performance più brillante nel panorama regionale italiano. Una crescita eccezionale che, tra le altre cose, aveva potuto fare leva sulla qualità riconosciuta delle produzioni regionali, come dimostrato dal numero di produttori sardi che operano con il marchio di qualità (Dop, Igt o Stg), oltre 6 mila, in assoluto il numero più elevato tra le regioni italiane (basti dire che in Toscana lo stesso numero si ferma a meno di 13 mila).

Il motivo della performance deludente dell’ultimo biennio va ricercato in alcune caratteristiche strutturali del settore agroalimentare sardo, spiegano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale della Cna Sardegna, ovvero: la ben nota specializzazione lattiero casearia e la scarsa diversificazione dei suoi mercati di sbocco. Basti dire che nel 2015 ben il 60% dell’export agroalimentare della Sardegna era assorbito dal mercato Statunitense, una quota poi scesa al 56% nel 2017 (101 milioni di euro su un totale di 180). In due anni le vendite negli Stati Uniti sono crollate del -13%, da 117 a 101 milioni di euro, anche sfavorite dal rincaro dei prezzi registrato nella seconda parte del 2017 (il prezzo medio del pecorino è arrivato a 7,2 euro al kg a dicembre 2017, dai 5,12 euro di maggio, fonte Camera di Commercio di Cagliari). “Questo carattere fortemente specializzato, sia al livello geografico, sia al livello di prodotto – proseguono Piras e Porcu – espone il settore agroalimentare della Sardegna ai rischi derivanti dalle fluttuazioni dei prezzi delle materie prime e dei tassi di cambio (e quindi del prezzo di vendita), e a situazioni sfavorevoli dal lato delle politiche commerciali dei suoi partner principali. I recenti sviluppi fanno pensare che nei prossimi anni gli Stati Uniti possano perseguire una politica di sempre maggiore chiusura verso le importazioni europee, scatenando una guerra tariffaria al livello globale. E anche se eventuali ritorsioni della UE potrebbero scoraggiare l’amministrazione Trump dal proseguire sulla strada dell’aumento dei dazi doganali, non va dimenticato che gli USA, tra 2008 e 2017 (e quindi da ben prima che la nuova amministrazione si insediasse), sono stati il primo paese al Mondo per misure protezionistiche implementate, ben 1.427 tra restrizioni alle importazioni, aiuti di stato, tasse, sussidi, discriminazioni verso fornitori esteri e altre barriere non tariffarie. Non va poi trascurato che il prossimo biennio sarà quello della Brexit, con il rischio di un’uscita disordinata della Gran Bretagna dalla UE al momento per nulla disinnescato (la Gran Bretagna rappresenta il sesto/settimo mercato di sbocco per l’export agroalimentare sardo)”.

“Appare quindi evidente quanto sia fondamentale, oggi, investire sullo sviluppo del settore agroalimentare nel suo complesso – affermano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu – promuovendo l’accesso ai mercati internazionali di altre produzioni oltre a quella lattiero casearia, il cui modello di successo, tuttavia, deve rappresentare il punto di partenza per gli altri comparti (enologico, pastario, oleario, etc.); al contempo, però, è necessario investire in direzione di una maggiore diversificazione dei mercati di sbocco, facendo leva sulla qualità riconosciuta e sulla specialità della tradizione sarda, supportando le piccole imprese nel difficile percorso che porta all’internazionalizzazione. D’altra parte, anche mercati fino ad ora poco inclini all’import agroalimentare di prodotti occidentali sono destinati a crescere rapidamente. La nuova classe media di paesi come India o Cina (senza dimenticare la Russia post sanzioni o il Sud America) rappresenta il potenziale consumatore di prodotti sardi in un futuro ormai prossimo. A riprova, a partire dal 2009 la Cina ha sperimentato un vero e proprio boom di importazioni di prodotti agroalimentari (+230%), in particolare dall’Italia, un trend di crescita destinato, nei prossimi anni, a proseguire ininterrotto”.

Tags: exportSardegna
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