Matteo Boe torna davanti alla macchina da presa e questa volta interpreta se stesso. L’ex bandito sardo, tornato in libertà nel 2017 dopo 25 anni di carcere, è tra i protagonisti de “La resa dei conti”, il nuovo film di Fabio Manuel Mulas, che prosegue la saga cinematografica iniziata con “Bandidos e Balentes”. Una scelta che non passa inosservata e che inevitabilmente farà discutere: se da un lato il coinvolgimento diretto di Boe può essere compreso nella prospettiva del regista, deciso ad avvicinare il cinema alla realtà, dall’altro resta da capire come reagirà il pubblico davanti alla presenza sullo schermo di uno dei nomi più controversi della stagione dei sequestri in Sardegna.
Boe avrà un ruolo costruito appositamente per lui, mentre a interpretare il suo alter ego sarà Giovanni Antonio Brancazzu. Il coinvolgimento dell’ex bandito, rimasto per anni lontano dai riflettori e in silenzio anche dopo la scarcerazione, è arrivato al termine di un lungo percorso. «Non è stato semplice, ma incontro dopo incontro alla fine ha accettato di prendere parte alla pellicola», racconta il regista, spiegando che le scene con Boe sono state girate circa dieci mesi fa.
Il film attraversa gli anni Settanta e Novanta, ricostruendo episodi e atmosfere di una stagione segnata dal banditismo e dai sequestri di persona. Tra i luoghi scelti per le riprese figurano il carcere di Bancali, a Sassari, Maimone e l’Asinara, l’isola-prigione dalla quale Boe riuscì a evadere mentre scontava la pena per il sequestro del piccolo Farouk Kassam, rapito in Costa Smeralda nel 1992. Una vicenda che scosse profondamente l’opinione pubblica italiana e che tornerà anche nella fiction televisiva “177 giorni. Il rapimento di Farouk”, presentata alla Festa del Cinema di Roma e attesa su Rai 1.
Nel cast de “La resa dei conti” c’è anche Caterina Murino, chiamata a interpretare Patrizia Incollu, la direttrice degli istituti penitenziari di Bancali e Badu ‘e Carros, morta in un incidente stradale nel 2023. La sua figura viene ricordata all’interno di una narrazione che vuole intrecciare cronaca, memoria e ricostruzione cinematografica.
Il progetto si distingue anche per la sua dimensione linguistica e territoriale: il film è stato girato in 36 comuni della Sardegna e utilizza 57 varianti della lingua sarda, nel tentativo di restituire la complessità delle voci e delle realtà locali.
Mulas rivendica inoltre una riflessione sul significato della parola “balentes”, un tempo associata all’uomo valente e d’onore e oggi, secondo il regista, sempre più spesso trasformata in sinonimo di prepotenza e bullismo. Proprio a questo tema è dedicata una scena interpretata dai ragazzi della Fondazione Autismo Lorenzo Paolo Medas di Sassari, coinvolti nel progetto con la libertà di dare alla rappresentazione una propria lettura.
Resta però il nodo della partecipazione di Boe. La scelta del regista può essere letta come un tentativo di dare autenticità al racconto, mettendo in scena una vicenda storica attraverso la presenza di chi ne è stato protagonista. Ma la comprensibile ricerca di realismo non cancella le possibili perplessità: raccontare una stagione dolorosa significa anche fare i conti con la sensibilità di chi quelle vicende le ha vissute, direttamente o attraverso la memoria collettiva. Sarà il pubblico, quando il film arriverà sugli schermi, a stabilire se questa scelta contribuirà a rendere più avvincente la ricostruzione o se finirà per alimentare polemiche.













