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Tutelare il riccio per preservare la biodiversità dei nostri fondali

di adminuser
2 Settembre 2017
in sardegna, sassari

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Protagonista dei nostri fondali marini e in alcuni periodi dell’anno anche delle nostre tavole, il riccio di mare è ora al centro di uno studio internazionale firmato dai ricercatori del Dipartimento di Scienze della Natura e del Territorio dell’Università di Sassari (DIPNET) assieme a ricercatori spagnoli, inglesi e indiani. Guidato dalla dott.ssa Giulia Ceccherelli, il gruppo di studiosi è giunto alla conclusione che i mari limpidi della Sardegna rendono i fondali letteralmente poco appetibili per questi echinodermi, in confronto alle acque eutrofiche catalane. In altre parole, in Sardegna le alghe crescono più lentamente a causa del minor apporto di nutrienti presenti nelle acque. Ciò influisce sulla proliferazione dei ricci e sullo stato di desertificazione (barren) dei nostri fondali che sono maggiormente a rischio. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences”.

 

In generale l’alta densità di ricci rende il substrato roccioso denudato di ogni forma algale fino alla produzione di un habitat a ‘barren’, che corrisponde alla roccia pulita da organismi, un habitat a bassissima biodiversità. Pertanto i ricci attraverso il loro pascolo possono operare una desertificazione marina. Aggrava la situazione il fatto che una volta che il barren si è formato, il sistema deve combattere contro i cosiddetti meccanismi “feedback” che lo stabilizzano. “Questa ricerca spiega la bassa produttività del riccio di mare nelle acque limpide della Sardegna e aiuta a definirne lo sforzo di pesca“, afferma Giulia Ceccherelli. Attraverso una serie di osservazioni empiriche fatte prevalentemente a Costa Paradiso, mediante esperimenti sul campo e in laboratorio e modelli matematici, si è compreso che “in acque eutrofiche come quelle catalane i sistemi a macrofite sono più resistenti al pascolo ed è necessaria una densità di 38 ricci adulti al metroquadro per ottenere il barren, quasi il doppio della densità necessaria in condizioni di oligotrofia, come quella che caratterizza le coste in Sardegna, dove bastano 22 ricci al metro quadro per avere un fondale desertificato con un’elevata perdita in termini di biodiversità”. I meccanismi responsabili di queste differenze sono legati al modo in cui le sostanze nutritive modificano il foraggiamento dei ricci e la velocità di crescita delle alghe. Dunque il barren, cioè la desertificazione dei fondali, esiste in entrambe le zone, ma nei mari sardi si può formare molto più facilmente. Lo studio contribuisce a rendere prevedibili i cambiamenti di stato dei fondali marini allo scopo di mantenere la biodiversità dei sistemi naturali a cui i ricci danno un importante contributo. Per questo devono essere tutelati anche attraverso una regolamentazione della pesca che non può essere uguale in tutto il Mediterraneo, ma deve tener conto delle specificità del sito.

 

La ricerca nasce dalla collaborazione che alcuni ricercatori del DIPNET hanno stabilito negli ultimi anni attraverso un dottorando spagnolo, Jordi Boada, che ha trascorso diversi mesi nel Laboratorio di Ecologia Sperimentale del Polo Bionaturalistico (UNISS). Si è così consolidata la cooperazione con il gruppo di ricerca del CEAB-CSIC a Blanes (Spagna) coordinato dalla dott.ssa Teresa Alcoverro, con Jordi Pages della Bangor University (UK), con Javier Romero della Universitat di Barcelona (Spagna) e Rohan Arthur della Nature Conservation Foundation (India).

Tags: sassariuniversità
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