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“Uno studio che è vita”: messaggio del vescovo Morfino per l’inizio del nuovo anno scolastico

di Redazione Cagliari Online
2 Ottobre 2019
in sardegna

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“Uno studio che è vita”: messaggio del vescovo Morfino per l’inizio del nuovo anno scolastico

Cari Dirigenti scolastici, Docenti e Studenti,

desidero farvi giungere un saluto e un augurio affettuoso in questo inizio di nuovo anno scolastico. Tutti e ciascuno fate ritorno in classe con quel bagaglio unico, splendido e misterioso che chiamiamo vita.

E che ognuno desidera arricchire, gustare e condividere con altri e per altri.

Prima di sedermi a scrivere questo saluto, ho fatto memoria (gioiosa!) del tempo passato con tanti cari Colleghi e tanti cari studenti nelle aule scolastiche. Mi son tornate in cuore alcune tipologie di studenti che han dovuto penare non poco a scuola, fino a quando non hanno cambiato passo. Quando lo hanno fatto, han cominciato a vivere!

Le tipologie più comuni e vistose sono tre: la prima è quella di chi-non-studia (tipologia “incorreggibile” fino a quando non decide di studiare…).

La seconda da chi-studia-male: quando non si sa personalizzare lo studio e si resta “passivi” nei riguardi di ciò che si studia, lasciando i contenuti fuori del proprio vissuto. Capita quando si studia solo per superare interrogazioni ed esami, per tenere alta la stima di sé, per apparire ecc. Questa tipologia di studenti non vive lo studio come fatica alla scoperta della propria identità perché lo studio non riguarda né la loro persona né i loro vissuti.

La terza tipologia: chi studia per in-formarsi e non per formarsi. Studenti “presenti” eppure “assenti”, dove il coinvolgimento del cuore e della vita è vicino allo zero. È lo studente amante della massa e del sentire comune, incapace di esporsi perché, in fondo, decide lui/lei quel che è importante, quel che gli/le interessa, quel che merita la sua fatica di studio e la sua attenzione. Lo studio diventa funzionale, staccato dalla vita e quindi faticosissimo e insipido.

I latini dicevano: quid agendum? Cosa fare?

Si può fare certamente qualcosa per cambiare passo, stile e così gioire dello studio. Vi confido alcuni passi che mi hanno aiutato (molto), come studente e poi come docente. Un primo passo: è a tutti noto che per favorire un apprendimento significativo [= che abbia senso-per-me, oltre che senso oggettivo] stabile [= duraturo, che non siano frammenti appiccicati precariamente] fruibile [= una ricchezza a cui si possa attingere sempre e per tutti gli ambiti dell’esistere] è necessario che chi studia sappia perché deve affrontare lo studio delle varie discipline; quale ruolo hanno nella sua formazione, quale intreccio esse formino tra loro, quali collegamenti esse hanno con la propria crescita personale, con lo sviluppo di conoscenze, competenze e disposizioni interne più profonde e riferite alla propria identità e azione presente e futura.

Senza chiamare in causa l’identità della persona e le sue motivazioni più profonde, la scuola e lo studio diventano un acquitrino maleodorante da cui salvarsi… Un secondo passo: si studia davvero quando vi è la promozione della comprensione di quanto è proposto: la prima cosa è capirsi! E questa fatica la si può fare solo insieme, docente e studente. Certo è che capire significa andare oltre l’informazione ricevuta.

Quando questo oltre non si riesce a raggiungere perché mi basta l’informazione ricevuta, gli orizzonti non si spalancano e non sto costruendo futuro.

Ciò concretamente vuol dire: aiutare e aiutarsi a identificare i nodi concettuali e i punti chiave di un argomento di studio; collegare questi alle altre conoscenze che si vanno acquisendo e a quelle già possedute significativamente e stabilmente; collegarli a discipline diverse da quelle prese in considerazione nelle singole materie; collegarli alla propria esperienza personale, alla vita presente e futura; rielaborare personalmente. Ciò significa che se si ha difficoltà a tradurre i concetti nella propria sensibilità, in un proprio “dialetto”, in quello che è il vocabolario con cui si comunica con se stessi e con gli altri, ciò che si è studiato non mi appartiene, non sedimenta, non fa parte di me né mi edifica. Poi bisogna ri-assumere,

cioè assumere nuovamente ciò che si è studiato con lo strumento probabilmente più coinvolgente: lo scritto. Per ultimo, almeno talvolta, comunicare i frutti della riflessione e dello studio fatto, all’interno del proprio habitat di vita. Quando si sa spiegare a nonna, che ha solo la quinta elementare, ciò che ho studiato

(e credo di sapere), allora, realmente – se nonna capisce!  anche io so, anche io ho appreso. E ciò che so così, è una ricchezza che nessuno mi può rubare.

Vi auguro uno studio così, ricco di gusto e capace di consegnarvi alla vita.

+ Mauro Maria Morfino

Tags: alghero
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