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Sardegna, nuove scoperte archeoastronomiche: allineamenti tra templi a megaron e fonti sacre

di Redazione Cagliari Online
3 Dicembre 2018
in sardegna

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Sardegna, nuove scoperte archeoastronomiche: allineamenti tra templi a megaron e fonti sacre

Esiste a quanto pare un collegamento ideale tra i templi a megaron nuragici e le fonti sacre. L’ipotesi è stata avanzata durante il VII convegno di archeoastronomia in Sardegna, “La misura del tempo”, nella relazione dedicata al complesso megalitico di Gremanu a Fonni. L’iniziativa si è svolta nella sala conferenze della Fondazione di Sardegna, accogliendo diversi interventi di fronte a un pubblico numeroso, sempre più affascinato da una disciplina che consente un dialogo tra archeologia e astronomia, regalando talvolta scoperte di assoluto rilievo.

I risultati dello studio sul sito di Gremanu sono stati presentati da Simonetta Castia di Aristeo e Michele Forteleoni della Società Astronomica Turritana. Questa area cultuale, tra le più interessanti dell’età nuragica, è caratterizzata da raffinate e complesse soluzioni architettoniche e di captazione delle acque sorgive situate alle pendici del Passo di Caravai. All’interno sono presenti due principali aree sacrali, funzionalmente distinte. Più in particolare, si è rilevato un perfetto allineamento in direzione Nord-Sud tra i due templi a pianta rettangolare ubicati all’interno del recinto sacro da una parte, e i templi a pozzo, collocati a centottanta metri a Sud, racchiusi da un temenos (recinto) che circonda e delimita anche la fonte sacra e una vasca per le abluzioni rituali.

Una ricostruzione simile, di notevole interesse, è stata fatta anche dall’archeologo Andrea Polcaro riguardo all’analisi di alcuni dolmen studiati durante recenti campagne di scavo in Medio Oriente. Lo studioso ha dimostrato che non tutti gli orientamenti sono legati al ciclo solare, bensì può anche prevalere, in alcune situazioni, una correlazione più forte e urgente con la terra, in significativa sintesi e simbiosi con aree sepolcrali ipogeiche.

Una distinzione tra le diverse tipologie templari è stata chiarita anche da Paola Basoli nell’esposizione sui riti e miti del complesso “Sos Nuratolos” di Alà dei Sardi. L’archeologa ha in particolare ricordato la distinzione fatta da Giovanni Lilliu tra acqua di cielo e acqua di fonte, per identificare le divinità che potevano presiedere i due contesti.

Altro studio condotto in chiave archeoastronomica da Michele Forteleoni di SAT, stavolta insieme all’archeologa Lavinia Foddai, è quello presentato sull’area di Paule S’Ittiri, un esteso villaggio di capanne con area sacra cultuale delimitata da un recinto, situato a breve distanza dal nuraghe Santu Antine. In questo caso sembra affiorare una visione di insieme, ma la lettura resta parziale e provvisoria per mancanza di uno scavo di approfondimento.

Luca Doro ha illustrato i dettagli della straordinaria scoperta nel complesso del nuraghe Palmavera di Alghero: la presenza di una terza torre laterale, forse crollata o smantellata, oppure mai completata. Quella che era solo un’ipotesi, motivata da diversi indizi, è stata verificata quest’estate grazie alle attività di scavo.

Marzia Monaco e Flavio Carnevale dell’Università La Sapienza di Roma, hanno presentato uno studio in merito ai dati archeometrici dell’area di S’Arcu ‘e is Forros, basati sulle misurazioni gps fornite da Aristeo e SAT. L’obiettivo era quello di cercare di rintracciare eventuali misure di lunghezza utilizzate dagli antichi. Sono state registrate misure intermedie rispetto ai “cubiti” storici, e potrà essere interessante verificare se strutture che presentano le stesse unità abbiano anche medesime attribuzioni cronologiche.

Altri due importanti siti archeologici, il complesso nuragico di Sant’Imbenia ad Alghero e la villa romana di Santa Filitica a Sorso, sono stati presi in esame dall’archeologa Elisabetta Garau attraverso “Paesaggi condivisi”. Nonostante le epoche distanti, entrambe le realtà mostrano enormi similitudini con forme di condivisione e dinamiche insediative. Sono due zone costiere aperte e accoglienti, due avamposti del territorio sardo in rapporto commerciale diretto con tutto il Mediterraneo. Lo sviluppo degli ambienti è avvenuto intorno a uno spazio commerciale che fa capo a uno sfruttamento differenziato del territorio, ricco di minerali e risorse alimentari.

Alfredo Rizza dell’Università di Verona ha presentato “Tracce di una Cultura astronomica nell’Anatolia Ittita del II millennio”. La capitale dell’impero Ittita, Hàttusa, è divisa in due settori. Quello nord, dove era situato anche il palazzo reale, sembra orientato verso la levata del solstizio invernale. Nella parte sud, un allineamento interessante sembra essere invece quello della porta dei leoni, che dall’esterno pare connessa con la levata eliaca delle pleiadi, associate a una festa molto importante per gli ittiti.

Gli antichi calendari agricoli sono stati al centro della relazione di Elio Antonello dell’Osservatorio astronomico di Brera, che ha mostrato come, per scrittori classici quali Esiodo, Virgilio e Columella, fare attenzione al calendario per ottenere un buon raccolto fosse importante quanto lavorare sodo. L’aratura e la semina dovevano essere svolte in un arco determinato di tempo all’interno dell’anno. Era importante perciò conoscere le date precise. Pertanto, nei territori a privilegiata vocazione agricola, erano presenti fin dall’antichità dei monumenti preistorici che mostrano caratteristiche solstiziali comuni, che rappresentavano antichi calendari.

È questo il caso dei “Campanari”, grandi rocce forate artificialmente e orientate astronomicamente all’alba del solstizio. Queste strutture, presenti nel territorio a sud di Monte Alto, in provincia di Palermo, sono stati invece esaminati da Alberto Scuderi.

Per l’età medievale Marina de Franceschini ha approfondito uno studio sull’eremo di Sant’Elia, in provincia di Catanzaro, punto d’incontro di antichi simboli in continuità tra cultura pagana e cristiana. L’edificio sacro richiama il nome di Elios, il Sole, e offre straordinari giochi di luce durante il giorno del solstizio.

Gian Nicola Cabizza ha invece proposto una relazione sulle quattro stelle descritte da Dante nel Purgatorio, considerate in un primo momento come una rappresentazione allegorica, e in seguito identificate come Croce del Sud, a partire dall’ipotesi di Amerigo Vespucci. Ne sono scaturiti quattrocento anni di discussione, che porterebbero in definitiva a propendere che quella allegorica non sia solo un’ipotesi.

Un campanello d’allarme è stato lanciato infine da Paolo Colona dell’Accademia delle stelle, a partire dalla lettura dell’Odissea di Omero, sul fatto che la conoscenza del cielo nei secoli sia diventata sempre meno profonda rispetto a quella dei nostri predecessori. “Non è plausibile conoscere appieno il mondo antico senza conoscere l’astronomia – ha sottolineato Colona –. Per questo l’archeoastronomia non può che essere fondamentale nella comprensione dei siti archeologici”.

Tags: Sardegna
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